Roger Waters – The Wall @ Stadio Olimpico – Roma 2013

28 Luglio 2013

Alle 21.15 in punto, si comincia: lo Stadio Olimpico si oscura, sul muro e sullo schermo circolare dietro al palco compare il celebre simbolo dei due martelli e Roger Waters in persona, vestito da dittatore, fa la sua apparizione, mandando in delirio la folla. E’ lui, Roger Waters, il leader di una delle più grandi ed importanti band della storia della musica. Nel corso di tutto lo spettacolo, sia tramite immagini sia tramite i costumi di scena degli artisti, verrà citato spessissimo il film The Wall ed In the Flesh? come detto non fa eccezione, salvo stupire i presenti con abbondanti giochi pirotecnici e con la riproduzione di un aereo da combattimento che, dopo aver percorso in  volo tutto lo stadio, va a schiantarsi poco oltre la sezione destra del muro.

Lo sfarzo pomposo del primo brano lascia il passo alla malinconia di The Thin Ice, con il commosso ricordo del padre di Roger Waters, morto nello sbarco di Anzio e rievocato tramite una foto che compare sullo schermo circolare, mentre il muro si riempie delle immagini di altre vittime di guerra. La tensione emotiva scatenata da soli due brani ed in alcuni passaggi il pubblico assiste in assoluto silenzio, rapito ed estasiato. Dopo Another Brick in The Wall I, a svegliare i presenti ci pensa The Happiest Days of Our Lives, sia con il rombo dell’elicottero che gli altoparlanti diffondono a tutto volume, sia con l’apparizione del mostruoso Maestro, una delle figure più importanti dell’opera. La suddetta apparizione, simbolo dell’incomunicabilità fra studenti ed insegnanti, è naturalmente il preludio alla seconda parte di Another Brick in the Wall, cantata questa volta a squarciagola da tutto il pubblico: sul palco compaiono anche alcuni bambini la cui maglietta recita Fear Builds Walls, allo scopo di accompagnare la seconda parte del brano, nella quale per l’appunto sono loro i veri protagonisti, ma il canto dei presenti è talmente potente da superare l’altissimo volume degli altoparlanti.

A questo punto Roger Waters esegue una breve ballata dedicata a Jean Charles de Menezes, ucciso il 22 luglio 2005 dalla polizia nella metropolitana di Londra dopo esser stato scambiato per uno degli autori del fallito attentato dinamitardo del giorno precedente; a lui, alla sua famiglia ed a tutte le vittime del terrorismo di Stato, in un italiano onesto, il musicista dedica il suo show, guadagnandosi un’ovazione. Il tritticoMother/Goodbye Blue Sky/Empty Spaces non delude assolutamente le aspettative: Mother, come se non bastassero la comparsa dell’arcigna ed iperprotettiva figura della Madre ed il duetto con se stesso del 1980 proiettato alle sue spalle, Roger Waters esalta i suoi fan con l’apparizione dell’applauditissima scritta Col Cazzo in corrispondenza del verso Mother Should I Trust The Government?. Goodbye Blue Sky, durante la quale sento distintamente le voci di alcune persone attorno a me rotte per l’emozione, è uno dei momenti più significativi, simboleggiato dalla proiezione sul muro di una flotta di bombardieri che rilasciano, in luogo di ordigni, stelle di David, falci e martello, croci, mezzelune, dollari, marchi della Mercedes e della Shell. In questo modo, dopo aver affrontato il muro presente fra sé ed il padre, fra sé ed i docenti e fra sé e la madre, il musicista si e ci contrappone alle religioni organizzate, alle dittature ed al capitalismo più sfrenato e disumano.

Ancora oggi, a distanza di oltre 30 anni dalla sua pubblicazione, Roger Waters e la straordinaria potenza evocativa e gli infiniti significati di The Wall restano incredibilmente vividi ed attuali. Come detto, anche il film viene adeguatamente ricordato ed Empty Spaces viene seguita da What Shall We Do Now?, presente esclusivamente sulla pellicola ed accompagnata dalla proiezione di frammenti dell’opera cinematografica. Nel frattempo, l’imponente muro cresce a vista d’occhio e l’atmosfera si fa sempre più lugubre, di pari passo con la crescente paranoia e l’auto-isolamento mentale del protagonista dell’album: la sua alienante vita da rockstar, oltre che con i già citati contrasti e disagi, si complica ulteriormente con la separazione dalla moglie, anch’essa causata dalla reciproca incomunicabilità. La terza, rabbiosa e disperata parte diAnother Brick in the Wall squarcia per un istante l’oscurità della musica e dello show, ma è un attimo fugace: il muro di protezione dalla durezza della vita è ormai completo e Roger Waters si congeda momentaneamente da noi con un sommesso Goodbye.

Un po’ a sorpresa, a questo punto sul muro compare la scritta Intermission, che dà il via ad un intervallo di circa mezz’ora nel quale vengono proiettate foto di persone decedute, alcune celebri, alcune indimenticabili solo per i cuori dei loro cari. Si tratta di un espediente insolito, ma commovente come del resto quasi tutta la prima metà dello show. A mente più fredda si capisce che, in fondo, sia i musicisti, sia soprattutto i tantissimi tecnici senza nome che hanno fatto sì che tutto filasse liscio si meritassero un po’ di riposo.

Del resto, la prima traccia successiva all’intervallo ci colpisce di nuovo come un macigno dal punto di vista emotivo. Il pubblico è nuovamente rapito (seppur ancora inquietato dalla mostruosa figura che si è scagliata contro il muro a metà di Hey You) ed accoglie con l’ennesima ovazione la ricomparsa di Roger Waters, che i riflettori inquadrano mentre siede comodamente in una stanza costruita all’interno del muro, cantando la splendida Nobody Home. Ma si sa, a questo punto è una sola la traccia che tutti attendono…anche se, prima, ci sono da affrontare Vera e soprattutto Bring the Boys Back Home: su di essa, come prevedibile, la potenza immaginifica dello show tocca un altro dei suoi apici, con la proiezione di foto di vittime di guerra, bombardamenti e filmati di bambini in lacrime che riabbracciano i padri al loro ritorno dal fronte.

Poi è l’apoteosi definitiva: il muro si colora di luce bianca e Comfortably Numb invade lo Stadio, trasportando nuovamente sulle nuvole gli ascoltatori. Ci stiamo lentamente avvicinando alla conclusione e, sopra le nostre teste, dopo la bella The Show Must Go On, appare il celeberrimo maiale volante (in realtà più simile ad un cinghiale), istoriato di scritte e simboli già visti nel corso della serata. La barriera mentale del protagonista di The Wall resiste, ma la sua alienazione sembra non disturbare troppo il pubblico, che accoglie con entusiasmo il rinnovato sfarzo visivo di Run Like Hell, compreso un Roger Waters che, all’apice della sua megalomania, è nuovamente conciato come un dittatore e ci spara addosso con un mitra. Giungiamo poi a Waiting for the Worms e The Trial, durante la quale vengono proiettate le immagini del film; assistiamo dunque all’allucinato processo che il protagonista fa a se stesso nella propria mente ed al verdetto finale: l’artista deve abbattere il muro ed affrontare finalmente la vita nonostante tutte le sue difficoltà, offrendosi nudo ai propri simili. All’improvviso, allora, il muro viene giù realmente Roger Waters e tutta la band si ripresentano sul palco per eseguire una piacevole e rilassata versione di Outside the Wall.

Roger Waters prolunga il più possibile la fine dello show, presentando i suoi eccellenti compagni di band (fra i quali spicca il chitarrista Snowy White, seconda chitarra live dei Pink Floyd dal 1976 al 1980) e canticchiando un coro da stadio che il pubblico gli tributa.

Si è trattato di uno Spettacolo con la S maiuscola, un qualcosa di unico e prezioso che ha fuso musica, immagini, filmati, atmosfera e pubblico in un tutt’uno. Grazie Roger Waters : noi fortunati presenti ricorderemo sicuramente questo giorno. – powered by Kick Agency –

Cliente: THE BASE