Depeche Mode @ Stadio Olimpico – Roma 2013

20 Luglio 2013

Concerto dei Depeche Mode, è previsto temporale. Alle porte dello stadio grandi e piccini, uomini e donne, capelli bianchi e ‘creste’, trucco ‘dark’ e jeans; in effetti Gahan Co. sono riusciti a mettere tutti d’accordo, con buona pace di chi li ha liquidati definendoli ‘commerciali’.

Puntualmente poco dopo le 21, i Depeche Mode fanno il loro ingresso, salutati da festose ovazioni. Il palco – la cui scenografia è stata ideata dal geniale Corbjin –  è un gioiello di tecnologia: sormontato da una sorta di triangolo, illuminato da un profluvio di luci e completato sullo sfondo da un enorme schermo che mostra immagini e spezzoni video intonati via via ad ogni singolo brano. A fianco, altri due grandi monitor mostrano da vicino ciò che accade sul palco agli sfortunati che non sono riusciti a conquistare un posto di ‘prima fila’.

La scaletta è ormai ‘rodata’ e i Depeche Mode dal vivo sono una vera macchina: Peter Gordeno alle tastiere e Christian Eigner alla batteria, che assistono il magico trio nelle esibizioni live, lavorano alla grande e dunque sono sufficienti i primi minuti di “Welcome To My World”, il brano che apre Delta Machine per scaldare il pubblico che Dave Gahan – è ormai un dato di fatto acquisito – sa letteralmente rigirare come vuole.

Il frontman dei Depeche Mode si muove, balla, corre ed interagisce con la folla che gli sta di fronte; ammicca, ride, gesticola ma soprattutto canta.  “Walking In My Shoes” in una versione da urlo. Seguono altri classici: “Precious”, struggente, è da nodo alla gola, “Black Celebration” raramente eseguita dal vivo, incede oscura e solenne, mentre il pubblico più ‘recente’ neanche la riconosce,  “Policy Of Truth” che negli show sembra concepita per far esplodere l’entusiasmo, viene interpretata da Gahan con quell’atteggiamento provocante e sexy che gli è tanto congeniale.

Ha la sua bella resa anche “Should Be Higher”, tratta dall’ultimo album, che interrompe la serie ‘nostalgia’. Ma non può mancare un angolo dedicato a Martin Gore, che si riserva un intermezzo acustico con la bella “The Child Inside”, da Delta Machine e, soprattutto, una suggestiva versione di “Shake The Disease”, così rallentata da risultare, sul momento, quasi irriconoscibile. L’atteggiamento di Gore è meno disinvolto e più dimesso, ma il pubblico mostra di gradire anche il suo contegno.

Con il rientro in scena di Gahan, arrivano le hit di Delta Machine, “Heaven” e, soprattutto, “Soothe My Soul” che riversa sull’Olimpico tutto il suo potenziale di energia. Ecco chi sono i Depeche Mode “Enjoy the Silence” e “Personal Jesus” viene praticamente giù lo stadio.

“A Pain That I’m Used To”, in una sorprendente versione lenta all’inizio, ma poi ‘esplodente’ in magiche scintille ed a “A Question of Time” dall’amatissimo Black Celebration, l’album ‘dark’ per eccellenza. La prima parte del concerto viene comunque elegantemente conclusa da “Goodbye”.

Arrivano i bis.

In primo luogo “I Just Can’t Get Enough”, perché è indescrivibile l’effetto che ha ottenuto sulla folla, in versione moderna e decisamente meno patinata dell’originale, tanto che l’ingresso di “I Feel You”, uno dei loro brani notoriamente più ‘sporchi’ di rock, non ha creato alcuno stacco eccessivo. Quando infine attaccano le note di “Never Let Me Down Again”, sappiamo che la magia sta per terminare. Depeche Mode qualcosa di unico, riservato a quei pochi eletti che hanno potuto comprenderne il valore ovvero: solo sessantamila!

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