Bruce Springsteen @ Rock In Roma – Roma 2016

Springsteen, 16 luglio 2016

Bruce Springsteen al Circo Massimo

Migliaia di fan accorsi al suggestivo concerto del mitico Bruce Springsteen in quel di Roma. La data, parte della rinomata rassegna Rock In Roma, si è svolta a Circo Massimo; si può dire che anche la location abbia giocato la sua parte.

“Di parole come “leggendario”, “epico” e “insuperabile” ci riempiamo spesso la bocca quando parliamo di concerti importanti, a lungo attesi o a volte anche solo costati cari. Il più delle volte si esagera a tal punto che viene naturale chiedersi come ci esprimeremo quando avremo finito tutte le iperboli. Il rischio è quello di non essere più efficaci, ma questa volta diventa quasi un dovere di cronaca usare queste parole: il concerto di Bruce Springsteen al Circo Massimo di Roma è già materia di leggenda. Non capita tutti i giorni di vedere il Boss supportato da opening act, dal momento che i suoi concerti sono talmente longevi da riempire lo spazio di tre set. Questa volta però, visto il contesto unico dell’evento, ad aprire lo show di Springsteen ci sono due grandi nomi. Il primo è tutto italiano ed è la Treves Blues Band di Fabio Treves. Il secondo è un’istituzione del rock a stelle e strisce: i Counting Crows. 

Mr. Treves, conosciuto anche come “il Puma di Lambrate”, regala una ricca ed eclettica performance al già numeroso pubblico che ha affrontato il caldo della capitale facendosi trovare pronto, col biglietto in mano, ben prima dell’apertura dei cancelli. Per fortuna il meteo ha graziato Roma e la sua grande festa: scongiurato il brutto tempo dei giorni precedenti, evitato il caldo afoso che di solito in questo periodo dell’anno mette in ginocchio gli avventori di concerti. Premonizione di una giornata di allineamenti astrali. Counting Crows americano, con il fortunato e seminale esordio August and Everything After, e che appena due anni fa ha sfornato quello che con ogni probabilità è il suo album più rilevante dal punto di vista artistico:Somewhere Under Wonderland. I Corvi, dopo il grande successo del precedente tour, si sono scontrati a muso duro con il pubblico italiano in quello attuale. Un po’ per la sfortuna di un attesissimo show al Carroponte di Milano cancellato per maltempo ad appena un’ora dal suo inizio, un po’ per un’esibizione poco apprezzata in quel di Pescara, soprattutto per l’esigua durata. Al Circo Massimo, Duritz e soci, hanno avuto l’occasione di riscattarsi e ricordare all’Italia com’era l’idillio stabilito appena un anno prima e decidono fortunatamente di non sprecarla. Dalla toccante Round Here, come sempre recitata e leggermente improvvisata per renderla ogni volta unica, ai recenti brani come Scarecrow e Palisades Park, senza dimenticare i pezzi storici come Mr. Jonese A Long December. Puro genio che dà vita ad un rock sospeso tra nostalgia e ricercatezza. Un’apertura per cui tutti dovremmo essere eternamente grati al promoter Claudio Trotta, patrono di Barley Arts,che ha reso possibile tutto ciò. Il Boss dà il via alla sua serata romana con New York City Serenade, una perla estratta dal suo secondo album The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle (1973), al suo debutto in questo The River Tour. Ma è solo l’inizio di tanta, tantissima bellezza a venire. Il volto di Bruce, al suo ingresso sul palco, appare molto serio, solenne, consapevole dell’importanza del momento. Ma dopo il primo lunghissimo brano, accompagnato dagli archi dell’Orchestra Sinfonietta di Roma ed eseguito con un trasporto tale da rendere per diversi minuti il Circo Massimo un accessorio, è il momento di aprire gli occhi e guardare bene il proprio pubblico e la sua cornice mozzafiato. Più di sessantamila persone in un luogo in grado di incantare chiunque, circondato dall’imponenza storica che solo la Città Eterna può offrire. Anche il sole sembra volersi prendere il suo tempo per salutare questo indelebile sabato, così il tramonto bacia a lungo le spalle del palco, illuminando ancora l’Altare della Patria che svetta in lontananza. In pochi altri luoghi al mondo si possono vedere la natura, la città e la sua immensa storia essere così partecipi di uno spettacolo di musica.
Come sempre la connessione tra il Boss e il suo pubblico è viscerale, si avverte nell’aria e rende ovattato ogni boato che accompagna i vari brani della prestigiosa scaletta, che, in parte, viene composta proprio dai fan. Tra la moltitudine di cartelloni che riempiono le prime file, Bruce decide di pescare quello che recita Summertime Blues. Dopo uno sguardo d’intesa con la sua E Street Band il desiderio viene subito esautido e l’apprezzata cover del brano di Eddie Cochran riempie il Circo Massimo e fa esplodere la sua platea festante. Ma è solo la prima di tante scelte del pubblico, che dimostrano come sia impossibile sperare di prevedere una scaletta del Boss. Non è una sensazione paradossalmente irritante ma allo stesso tempo bellissima? Sapere che ogni singola data di un tour abbia qualcosa di invidiabile rispetto a tutte le altre, che ogni biglietto acquistato non rappresenti solo un altro concerto del Boss, ma quell’unico e irripetibile concerto del Boss. La sofferta consapevolezza di non poterli fare tutti, ma anche l’inestimabile fortuna di vivere ogni volta una nuova avventura. Tra le altre richieste spiccano anche la cover di John Lee Hooker Boom Boom, Detroit Medley e soprattutto la versione acustica di The Ghost Of Tom Joad, terza e ultima canzone al debutto in tour. Forse il segmento più emozionante di tutta la serata, a cui dà seguito The River. Quell’armonica, che comincia a suonare e attraversa l’intero Circo Massimo, e attraversa il cuore e la mente di ogni singolo individuo. Arriva l’ennesima traccia by request, Tougher Than the Rest, cantanta con la moglie Patti Scialfa. Patti è assoluta padrona del palco e duetta con il suo amato Bruce con una passione incredibile ed incide il momento più romantico di recente memoria springsteeniana.
Poi Drive All Night, l’immancabile Because The Night, The Rising e si chiude il primo set con il dovuto momento di cordoglio per le vittime della strage di Nizza con una Land of Hope and Dreams da lacrime. Come da tradizione l’encore corrisponde a quello che altri artisti sarebbe un intero show e continue alcune delle pietre miliari del repertorio del Boss: da Born To Run aDancing In The Dark, passando per Born In The USA, dove la voce di Sprinsteen regge i più grandi sforzi che possa sopportare, fortunata nell’avere oltre sessantamila altre voci a sostegno.

La chiusura affidata alla solita, potente ed interminabile cover di Shout, con quattro finte conclusioni che fanno ballare sempre più forte la platea. I piedi battono contro il suolo, un polverone si solleva e circonda la venue che appare ancora più eterea a irreale. Eppure è tutto reale, tutto dannatamente reale, così come l’amore per Bruce Springsteen, che rimane solo sul palco, a quasi quattro ore dall’inizio, per salutare la capitale con la versione acustica di Thunder Road. Si conclude così uno dei concerti più incredibili, sentiti e indelebili della storia italiana e del suo performer preferito.
Il boato si spegne, la folla si disperde, accompagnata dall’eterna eco di quell’armonica che non ha mai smesso di suonare.”

Umberto Scaramozzino per xl.repubblica.it

Foto di
Roberto Panucci per www.onstageweb.com


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