Slayer + Amon Amarth @ Rock In Roma – Roma 2016

Slayer + Amon Amarth, 12 luglio 2016

Slayer e Amon Amarth al Postepay Rock In Roma

Al Postepay Rock In Roma si aggiunge l’attesissima data degli Slayer & Amon Amarth. Una data indimenticabile, all’insegna del thrash metal.

“Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Si va ad un concerto per vedere l’idolo e, nel migliore dei casi, sopportare il gruppo di supporto. Si paga il biglietto per tributare i propri eroi, senza nemmeno sapere se qualcuno scalderà il palco prima di loro e poi si torna a casa dicendo “Il Re è morto, via il Re”. Ovvero: quando gli scconosciuti (o quasi) le danno di santa ragione alle superstar. Alle 19:00, sulle note de “Il buono, il brutto, il cattivo”, irrompono gli Shrine, trio ben saldo sui precetti di Kyuss e Red Fang, che però non sembra avere grandi piani, a parte pestare vecchi riff hard con una spruzzatina di punk al limone. Il loro frontman, Josh Landau, se la cava bene almeno fino a quando non decide di emulare Hendrix e piazzarsi la chitarra dietro la nuca proseguendo monologhi di pentatoniche impeccabili ma vacui.

Gli Amon Amarth invece sono immensi. La scenografia con draghi e pietre gigantesche dalle rune fiammeggianti, è elettrizzante e i cinque svedesoni conducono un gioco coreografico semplice ma molto efficace. Il singer Johan Hegg è un intrattenitore carismatico di rara schiatta, fra l’hairbanging forsennato in grado di rendere barba e capelli una sorta di massa pelifera tempestosa e le chiacchiere, in un italiano essenziale ma ben piazzato, a proposito della sulla “pancia vichinga”. L’impatto è tale che il pubblico sarebbe pronto a saccheggiare Roma al seguito suo e dei quattro barbari che, tra massicce cavalcate piene di polposi riff death/thrash, fraseggi classici e cori da taverna trasmettono nel pubblico un sentimento di sana appartenenza al credo metal.

Tolti di mezzo i drakkar e il martellone di Thor, cala un grande telo blasfemo con Cristo che affoga, ma stasera glli Slayer non sembrano passarla peggio del Redentore. Troppo statici? Prevedibili? Per nulla comunicativi? Lo sono sempre stati, le cose che invece a Roma non hanno funzionato sono quelle che da sempre rappresenterebbero i punti forti della band: l’esecuzione e il tiro. Il passo del batterista Paul Bostaph non è quello di Lombardo e, se i brani guadagnano in potenza sulle parti più cadenzate e lente, si sgonfiano su quelle accelerate. Kerry King inscena come al solito una forsennata, frenetica e infinita polluzione di fischi, riff impastati e dissonanze : lui resta un autentico scoglio inamovibile tra i flutti delle perplessità suscitate da Bostaph e Gary Holt. Il primo è colpevole di vistosi svarioni su ‘Postmortem’, il chitarrista invece, tolte le pose di rito e gli assoli impeccabili, appare distante e svogliato.I brani del nuovo album, come ‘Disciple’ o ‘Repentless’, inseriti nella prima parte della scaletta sono paccottiglia infernale di second’ordine e non aiutano a infuocare l’audience ma anche reperti storici come ‘Die By The Sword’, passano via senza che tra il pubblico e la band il ghiaccio si rompa del tutto, almeno fino all’arrivo dei soliti mega-classici: ‘Dead Skin Mask’, ‘South Of Heaven’ e ‘Reign In Blood’, che però non cancellano l’impressione di stanchezza e prevedibilità dello show. Svezia 2 – California 0.”

Francesco Ceccamea per www.classicrockitalia.it

Foto di 

Massimiliano Marcoccia per www.onstageweb.com


Powered By Kick Agency 

Commenta ora su Facebook: Kick Agency

Cliente: The Base