Metallica @ Rock In Roma 2014

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01 Luglio 2014

(fonte www.truemetal.itthehipster.it foto vari )

Tra i gruppi più amati (e discussi) del panorama Metal generale, i Metallica occupano indubbiamente un posto di prim’ordine. Metallica infatti condivide, insieme ad altre importantissime realtà come Megadeth, Slayer ed Anthrax, il merito di aver dato il via alla scena Thrash, che nella prima metà degli anni ’80 imperversava nel continente americano e che negli anni seguenti, vide la nascita di nuovi importanti gruppi quali Exodus, Testament, Death Angel e molti altri, i quali naturalmente presero a modello il lavoro svolto dalla band di James Hetfield, a testimonianza di quanto i Metallica fossero stati fondamentali per le sorti del genere Thrash.
Com’è noto, tra il 1983 ed il 1991, i Metallica furono autori di cinque album ritenuti capolavori assoluti non solo del Thrash ma bensi dell’Heavy Metal in generale, arrivando ad essere una delle band più importanti e famose del mondo. Tuttavia nel corso degli anni, il desiderio di non fossilizzarsi su un unico genere musicale, portò Hetfield & Metallica a rivoluzionare il proprio stile musicale e il loro modo di apparire in pubblico, pubblicando una serie di album nettamnte differenti da quanto proposto in passato, caratterizzati da un Hard Rock più semplice e commerciale, nel tentativo di attualizzarsi con le sonorità dell’epoca che videro un lento ma inesorabile calo di popolarità del Thrash Metal più puro e sanguigno, a favore di un sound più morbido e melodico. Questa scelta adottata dalla band divise a metà le schiere di fans che il gruppo aveva accumulato nel corso dei primi dieci anni di carriera, attirando critiche talvolta pesantissime sul proprio lavoro e non riuscendo pù a riconquistare la fiducia di chi era rimasto profondamente deluso dalla svolta Hard Rock operata dal gruppo nella seconda metà degli anni ’90. Questo periodo negativo per la band non ha tuttavia inciso sul livello di popolarità del gruppo, che in questi anni è stato protagonista di mastodontici tour con i quali il combo a stelle e strisce continua a spostarsi in tutto il mondo, raccogliendo grandissimi consensi in ogni angolo del globo. Nel 2014, dopo oltre trent’anni di carriera, i Metallica non sembrano aver perso l’energia distruttiva che da sempre caratterizza i propri concerti, intraprendendo un nuovo impressionante tour celebrativo, chiamato “Metallica By Request”, iniziato il 16 marzo dalla citta di Bogotà. Com’era facile prevedere, anche questa volta i Metallica non tralasciano il Bel Paese, organizzando un monumntale show svoltosi nella Capitale italiana, all’interno del festival “Rock In Roma”, giunto ormai alla dodicesima edizione. Ad affiancare il gruppo californiano in questa particolare occasione, ci sono Kvelertak, Volbeat ed Alice In Chains, con il compito di incendiare l’arena del Rock in Roma, con una serie di esibizioni che non lasciano indifferenti il numerosissimo pubblico presente…

Sono passate da poco le cinque del pomeriggio quando i norvegesi Kvelertak, approdano sul palco del Rock in Roma, davanti ad un’arena gremita e in costante aumento, pronti ad inaugurare una serata di grande musica e divertimento che si preannuncia devastante.Con circa trenta minuti a disposizione, il combo prepara una setlist breve ma d’impatto, andando a raccogliere i brani più significativi estrapolati dai due lavori pubblicati finora (l’omonimo “Kvelertak”, del 2010 e il più recente “Meir”, rilasciato nel 2013).Dopo un breve soundcheck, i nostri presentano l’oscura e risoluta “Apenbaring”, subito squarciata da un ipnotico lavoro chitarristico, su cui si adagiano il cantato nervoso del singer Erlend Hijelvik, accompagnato a sua volta da una sezione ritmica precisa e affilata, la quale fa da cornice ad un brano breve e accattivante,perfetto per inaugurare le danze di questa storica giornata.Subito dopo, il gruppo resta alla corte dell’ultimo album pubblicato, incastonando la potente “Spring Fra Livet”, brano che dimostra quanto la band sembri in costante bilico fra Hard Rock, Punk e sottili venature più estreme, evidenziate nei vocalizzi del bravo singer ed alcune sporadiche accelerazioni tipiche del Black Metal. Il risultato finale è gradevole ed interessante, riuscendo così a catturare l’attenzione della folla.La seguente “Ulvetid”, torna invece gli esordi del combo norvegese, che in questo caso sembra avvicinarsi con maggiore determinazione a sonorità massicce e brutali, pur mantenendo l’attenzione alla componente melodica che accompagna il brano.Pochi minuti ed è di nuovo l’anima Hard Rock del gruppo a controllare la situazione, nelle note della breve “Mjod”, la quale precede la rasoiata di “Bruane Brenn”, singolo di lancio del secondo album della band. Un’ultima doppietta formata dalla violenta “Blodtorst” e dall’omonima “Kvelertak”, arriva a concludere degnamente questa prima parte della serata, permettendo così al combo nordico di lasciare vittoriosi il palco della manifestazione romana, tra gli applausi di un pubblico carico e sempre più in fermento.

Una volta terminata l’esibizione dei Kvelertak, a precedere i più attesi Alice In Chains e (soprattutto) Metallica, arrivano i danesi Volbeat, i quali forti dell’ingresso in formazione del talentuoso chitarrista Rob Caggiano (noto per aver collaborato con gruppi fondamentali come Anthrax e Cradle Of Filth (per loro in qualità di produttore), si preparano a lasciare la propria impronta sul suolo italico, mettendo a ferro e fuoco lIppodromo delle Capannelle di Roma, con una setlist ricca e ben equilibrata fra brani recenti e canzoni appartenenti al passato della band, andando così a stuzzicare l’attenzione dei presenti. Fin dall’iniziale “Doc Holliday”, estrapolata dall’ultimo disco pubblicato dalla band nel 2013, intitolato “Outlaw Gentlemen & Shady Ladies”, si cap0isce come il gruppo voglia divertirsi e far divertire, a colpi di un Heavy Metal granitico e melodico al tempo stesso, generando una devastante onda d’urto che spietatamente si abbatte sulla massa inerme, per un inizio al fulmicotone. Si prosegue poi con la vulcanica “Hallelujah Goat”, la quale volge subito uno sguardo al passato della band, che in ogni caso appare in ottima forma, nonostante la calura estiva della Capitale. Il pubblico si dimostra attento e partecipe, intonando il coro che accompagna la successiva “Radio Girl”, che torna nuovamente a pescare nei primi anni di vita di un gruppo, non accenna a fermarsi, continuando ad inanellare canzoni vincenti ed ottimamente eseguite, come dimostra la più recente “Lola Montez”, melodica e e spensierata nel suo prosieguo, completamente dominata dall’ottimo operato chitarristico di un Rob Caggiano particolarmente ispirato. Successivamente l’atmosfera si tinge di un Hard Rock dalle venature Country, che come acqua fresca arriva a rigenerare la platea, in estasi sulle note della divertente “Sad Man’s Tongue”, canzone che inevitabilmente porta ad un headbanging sfrenato. Sulle medesime coordinate è costruita anche la bellissima “16 Dollars”, caratterizzata da un refrain orecchiabile e contagioso, che da subito viene intonato a gran voce dai presenti, per un altro episodio di assoluta importanza in questa prelibata setlist. La cadenzata “Dead But Rising”, riporta il gruppo alla corte del nuovo album, presentando uno schema compositivo corposo, che tuttavia non pone in ombra le melodie interpretate con grande energia dal bravissimo singer, in grado di coinvolgere il pubblico, aumentando così il divertimento generale dell’esibizione. “Fallen”, prosegue con coerenza questa carrellata Heavy presentata dalla band danese che di conseguenza prosegue con la sulfurea “Pool Of Booze, Booze, Booza”, episodio che riporta le lancette del tempo all’ormai lontano 2005, anno in cui venne pubblicato il primo album del combo danese, intitolato “The Strenghth/TheSound/The Songs”. A questo punto, i nostri si preparano a lasciare il campo agli Alice In Chains, ma non prima di aver deliziato l’arena del Rock in Roma, con un ultimo trittico composto dalle belle “The Hangman’s Body Count”, “Still Counting” e soprattutto dalla conclusiva e gelida “The Mirror And The Ripper”, che congeda definitivamente un gruppo tecnicamente molto valido, dopo un’ora di ottima musica.

Sono ormai quasi le 19, quando dopo il terremotante show proposto dai bravissimi Volbeat, il pubblico italiano si prepara ad accogliere gli attesissimi Alice In Chains, i quali si apprestano a sfoggiare una setlist lunga ed impreziosita da molti classici, che subito vengono acclamati da una folla in delirio per il combo statunitense. Ed è proprio un classico come “Them Bones” ad aprire le danze, per la gioia delle orecchie degli spettatori, che subito non tardano a farsi sentire intonando ogni singola parola di questo strepitoso brano, che qualche istante più tardi, cede il passo a “Damn That River”, con la quale i nostri si soffermano ancora sul passato della band (questo pezzo è del 1992). La successiva “Again” rappresenta ancora un tuffo nel passato, ben accolto da un pubblico sempre più numeroso.
Con “Check My Brain” e la seguente “Hollow”, ci si avvicina invece agli anni più recenti del gruppo a stelle e strisce, che comunque torna a rispolverare i tempi ormai andati, proponendo le celebri “It Ain’t Like That” e “Man In The Box, ripescate direttamente dal primo storico album degli Alice In Chains, “Facelift”, pubblicato nel lontano 1990. Sulla scia di questi intramontabili classici, non può mancare la sognante “Nutshell”, perfettamente interpretata dalla band e dedicata ai compianti Layne Staley e Mike Starr, scomparsi rispettivamente nel 2002 e 2011. “Last Of My Kind” riporta il gruppo al recente passato della propria attività, mentre si torna ancora una volta al 1990 con la breve “We Die Young”.“Stone” e “Down In A Hole” (quest’ultima inizialmente non prevista nella setlist), vanno a concludere l’esibizione degli Alice In Chains, che in ogni caso regalano al pubblico romano altri due immortali classici come “Would?” e “Rooster”. Al termine di questa carrellata di emozioni, il pubblico ora può riposarsi per alcuni minuti in attesa dei Metallica!

Alle 21.45 parte, come di consueto, The Ecstasy of Gold di Ennio Morricone, un brano che apre i concerti dei Metallica sin dal 1983. L’atmosfera diventa magica, lo spettacolo dei Metallica sta per iniziare. Sui tre maxi schermi (due laterali e uno centrale) che sovrastano il palco, partono le immagini tratte dal finale del film di Sergio Leone Il buono, il brutto e il cattivo. La partenza dei Metallica è esplosiva, tutto d’un fiato assistiamo a Battery, Master of Puppets e Welcome Home (Sanitarium), tutti brani tratti dall’omonimo album Master of Puppets. Dopo un breve solo di Kirk Hammet è Ride The Lightning a caricare nuovamente i fan, per passare poi al “Black Album” con The Unforgiven, che fa da preludio alla nuova canzone scritta appositamente per il tour estivo Lords of Summer. Il pubblico ascolta in silenzio il nuovo pezzo dei Metallica, che ripercorre musicalmente quanto ascoltato in Death Magnetic, l’ultimo album se non consideriamo Lulu, collaborazione musicale con il poeta del rock Lou Reed che tanto ha fatto storcere il naso ai fan dei Metallica. Il nuovo lascia spazio al vecchio e l’arpeggio di intro di …and Justice for all, ci riporta indietro nel tempo. Al termine di …and Justice for all sul palco fa capolino Riccardo, capello brizzolato, fan dei Metallica di lunga data al suo concerto live numero 73, che dopo uno scambio di battute con James Hetfield annuncia il prossimo brano: Sad But True. In rapida successione abbiamo Fade to Black e il pezzo strumentale Orion, poco proposto nei tour dai Metallica (dopo la morte di Cliff Burton), a lasciare tutti con il fiato sospeso. Dagli schermi partono immagini che mostrano silhouette di soldati in marcia e i rumori di mitragliatori e bombardamenti lasciano presagire che è tutto pronto per One. La folla in delirio, un gioco di laser e fumo, l’assolo di Kirk Hammet, Metallica…brividi.

Si ritorna ad assaggiare il secondo album con For Whom the Bell Tolls prima di lasciare spazio ad un altro membro della “Metallica Family”: Mario. Mario sale sul palco e dona una bandiera a Lars Ulrich, ha giusto il tempo di beccare qualche fischio dai fan capitolini quando rivela di essere di Milano, per poi introdurre Blackened. Cala il silenzio; la canzone più emozionante, quella che va sentita live almeno una volta nella vita sta per essere suonata, in alto i cellulari (gli accendini non sono più di moda) e via: Nothing Else Matters. Enter Sandman lascia presagire che il concerto si avvia alla conclusione, è il momento dell’encore. James scherza un po’, chiede ai fan di votare la canzone da aggiungere alla scaletta con il sondaggione in stile Amici di Maria De Filippi e introduce urlando: «Creeping death!». Il sangue (digitale) schizza sui maxi schermi e al momento del ritornello “Die” ripetuto più volte (che ancora oggi è realizzato con la voce del compianto Cliff Burton), salgono sul palco altri fortunati fan che assaporano l’ebrezza di cantare con i propri idoli.

Il dado è tratto, i voti sono chiusi ed è Fuel a spuntarla su The Four Horseman e Whiskey in the Jar. Il pubblico rumoreggia, James vorrebbe suonare Whiskey in the Jar, ma basta intonare «Gimme fuel, gimme fire, gimme that which I desire» e tutto torna alla normalità; va bene così.

Sono le 00.10 e con la carica distruttiva di Seek and Destroy si chiude il concerto dei Metallica, è tempo di saluti, James e Lars promettono di tornare presto, noi ci speriamo. Conclusione. Ho avuto la fortuna di assistere a cinque concerti dei Metallica nell’ultimo decennio e da questa performance è palese che l’età inizia a farsi sentire. Molto bene James Hetfield, da sempre un trascinatore e un animale da palcoscenico; bene anche Kirk Hammet e Robert Trujillo, quest’ultimo dà sempre l’impressione di poter percuotere quelle corde di basso per intere giornate senza mai stancarsi. Una nota negativa è sicuramente rappresentata da Lars Ulrich, forse vittima in passato di una critica troppo feroce ed immeritata per essere colui che, comunque, ha il merito di aver fondato una band divenuta in seguito pietra miliare del metal. Il co-founder dei Metallica è apparso in più di un’occasione in ritardo, spesso ho avuto l’impressione che la band pompasse a mille per poter coprire le magagne del batterista d’origine scandinava. Nulla da ridire sulla scaletta dei Metallica: è normale, ognuno ha i suoi pezzi preferiti, ma alla fine una sorta di Best of Volume 1 è stato servito. Lascia un po’ l’amaro in bocca la scelta di Fuel (tratto da ReLoad del 1997) tra gli encore, tra l’altro unico brano “recente”, se consideriamo che tutta la setlist ruotava attorno ai primi cinque album (periodo 83-91).

I Metallica o si amano o si odiano (ma odiarli rende decisamente più Hipster), fatto sta che è una band che resterà per sempre negli annali della musica e, tralasciando le discussioni meramente tecniche, hanno la forza di attirare a sé intere famiglie (mi è capitato di vedere tre generazioni di metallari), ed è uno spettacolo che almeno una volta nella vita va visto. Lunga vita ai MetallicA! – powered by Kick Agency –

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