Cyndi Lauper @ Auditorium Parco Della Musica – Roma 2016

Cyndi Lauper, 6 luglio 2016

Cyndi Lauper in concerto a Roma

Cyndi Lauper ritorna in Italia con due date del suo “Greatest Hits Tour”. The Base ha presentato la cantante a Roma, nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica il 6 luglio 2016 per uno show difficile da dimenticare.

“She’s so unusual, oggi come trent’anni fa. E così chi si aspettava che nella Cavea si celebrasse un rito di puro nostalgismo anni 80, o, peggio, la stanca recita di una maschera fuori tempo massimo è stato puntualmente smentito. Non solo perché Cyndi Lauper, a 63 anni suonati, ha ancora l’energia, l’ironia e la potenza vocale degli esordi, ma soprattutto perché la ragazza che voleva solo divertirsi è un’artista curiosa, che continua a mettersi in gioco. Chi, tra quanti si sollazzavano con i suoi videoclip su Mtv negli 80’s, l’avrebbe immaginata un giorno nei panni di una novella Dolly Parton a infiammare l’arena sulle note country di “I Want To Be A Cowboy’s Sweetheart” abbracciata a un cavallo di legno? Del resto lo spiega lei stessa: “Alla mia età, per fortuna, posso suonare ciò che voglio senza dover seguire i consigli dei discografici. Non è mai troppo tardi”. E lo aveva già dimostrato con il suo musical “Kinky Boots”, che ha spopolato a Broadway aggiudicandosi sette Tony Awards.

È uno spasso, Cyndi, una forza della natura. E non fa nulla per nasconderlo. Fin da quando, alle 21.15, irrompe in scena: dreadlocks rosa e cappello da cowgirl, pantaloni in pelle e pizzo nero, una valigia in mano. Non è poi tanto diversa dalla ragazza di provincia americana con i capelli rasati da una parte sola che scandalizzava i benpensanti nel video di “Time After Time”. I lineamenti deliziosamente paffutelli hanno addolcito i segni dell’età, e l’occhietto che ti guarda di sguincio con aria sardonica è quello di sempre. Pronti via, e per un attimo la Cavea si trasforma in una balera di Nashville o in un saloon del vecchio West per una vibrante “Funnel Of Love”, la cover della celebre hit di Wanda Jackson presente in “Detour”, l’ultimo disco a firma Cyndi Lauper uscito nel 2016 e tutto marchiato country. È solo la prima di una serie di incursioni nel genere prediletto perché “è iniziato tutto qui, in fondo tutto ciò che è venuto dopo, dal pop al rock, affonda le sue radici nel country e nel rhythm & blues”, come spiega Cyndi alternando l’inglese a qualche rimasuglio di italiano maccheronico. “Non lo so parlare, scusate”, si schermisce, divertendosi poi ad approvare qualsiasi traduzione estemporanea delle sue parole con “yes, whatever you said”. E giù risate generali in platea, così come quando mima le facce perplesse dei discografici di fronte alle sue proposte musicali. Ma dagli anni 80 non si esce vivi, così “She Bop” reclama la sua dose di plasticosa eccentricità, con Cyndi che gorgheggia la sua sempiterna ode alla masturbazione femminile su vertiginosi (e sempre poco rassicuranti) arrangiamenti synth-pop, mentre la struggente “I Drove All Night” – divisa all’epoca con il compianto Roy Orbison – ribadisce le straordinarie doti vocali della Lauper, che si concede perfino una posa sensuale alla Madonna(sdraiata sulla valigia a testa in giù), lei che con Miss Ciccone nel decennio dorato rivaleggiava davvero nelle classifiche di tutto il mondo.
Ma non c’è niente di naif, tutto è studiato con grande professionalità, senza mai un cedimento, anche nelle interpretazioni, supportate da una band di tutto rispetto, in cui brillano due donne: l’esuberante seconda voce e la giovane chitarrista dalla chioma rosso Ziggy. Ma il proscenio è tutto per Cyndi, che ruota su se stessa su una pedana mobile per intonare la ballata “Walking After Midnight”, prima di spezzare subito l’atmosfera malinconica con i suoi ricordi di ragazzina: “Da piccola io e i miei fratelli guardavamo insieme la tv il sabato mattina, quando trasmettevano Billy Bang Bang & His Bang Bang western movies. Ne sono sempre rimasta affascinata, per questo oggi vi canterò questa canzone”. E attacca la suddetta “I Want To Be A Cowboy’s Sweetheart” di Patsy Montana, ironicamente avvinghiata a un palo con testa di cavallo. Le risate si mescolano agli applausi.

Poi però ci si fa tutti seri, perché dopo la malinconica “You Don’t Know”, è il momento di ricordare Prince. “Sono stata malissimo quando ho saputo della sua scomparsa – racconta Cyndi, mettendo da parte le faccette e guardandoti dritto negli occhi – Lui era un grande innovatore, un uomo simpatico e brillante. Mi manca molto, ricordatevi che la vita è corta e va vissuta al meglio”. Ed è un brivido collettivo ad accompagnare le note di “When You Were Mine”, il pezzo che la Lauper andò a ripescare da uno dei primi dischi del genio di Minneapolis, “Dirty Mind” del 1980, rivestendolo di una suggestiva coltre sintetica. Cyndi stavolta si supera mettendo in mostra tutta la potenza delle sue corde vocali e la Cavea non si tiene più: tutti in piedi a tributarle una meritata standing ovation. In tanti accorrono verso il palco, ma il servizio di sicurezza è inflessibile, malgrado sia in arrivo un’altra botta di adrenalina pura: un’incendiaria “Money Changes Everything”, jangle-pop al calor bianco con la sua miscela di pulsazioni elettroniche e vibrazioni folk-blues. È l’apoteosi, ma proprio al culmine dell’entusiasmo arriva la prima pausa. Al ritorno sul palco, Cyndi è impegnata al telefono: un apparecchio d’antan, con cui consuma la sua confessione dolente della “Misty Blue” di Eddy Arnold. Ormai col pubblico il feeling è totale, come si trattasse di una vecchia amica ritrovata, una di quelle un po’ fricchettone, che in fondo ti sono rimaste sempre nel cuore. Si mette perfino a intonare i primi versi di “Arrivederci Roma”, prosegue con le sue gag irresistibili di pseudo-traduzione simultanea. Le sue due hit più clamorose, però, se l’è tenute in canna per il gran finale: prima una sommessa, soffertissima “Time After Time” alla lap steel guitar, con l’indimenticabile ritornello cantato in coro col pubblico; quindi, il pezzo del suo repertorio che anche chi vive su Marte ha ascoltato almeno una volta: “Mio figlio Declyn voleva che gli cambiassi il titolo, in effetti i tempi sono cambiati, quelli che hanno bisogno di divertirsi ora sono i ragazzi”. E attacca l’inno singhiozzante che ha unito femministe e anni 80: “Girls Just Want To Have Fun”, accolto da un boato da stadio e accompagnato con un ballo di massa sotto il palco. È tutto un ondeggiare di mani, telefonini e sculettamenti selvaggi, sotto la regia sapiente di quella marpiona di Cyndi.

Consumate le ultime energie di una calda giornata romana, non resta che gustarsi in intimità la fragranza tenerissima di una “True Colors” eseguita ancora alla lap steel guitar e preceduta dai primi versi della “What’s Going On” di Marvin Gaye (cover presente nello stesso album “True Colors”).
Peccato che sia finita, saremmo rimasti ore ad ascoltare le sue amabili chiacchiere e le sue interpretazioni appassionate. Ma anche il commiato ti lascia di sasso: “Ricordate che il potere è sia nel cuore che nella ragione, fatele dialogare tra loro. Prendetevi cura del prossimo, siate gentili”. Parole che in bocca a qualsiasi rockstar viziata sarebbero apparse false come una banconota del Monopoli, e che invece pronunciate da questa piccola grande artista suonano profonde e vere. Proprio come i suoi colori.”

Claudio Fabbretti per www.ondarock.it

 

Foto di
Giovanni Onofri per www.06live.com


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